Lettura e commento di Lanfranco Bertolini e
Giancarlo Sollevanti
Al termine del suo cammino
ultraterreno Dante quando può ficcar lo viso per la luce etterna rappresenta
l'unità divina, in cui si ricompongono le singolarità e le lacerazioni della
terrestrità, le contraddizioni quotidiane e la nostra storia di uomini, con
un'immagine grandiosa e vigorosa:
Nel suo profondo vidi che
s'interna
legato con amore in un volume
ciò che per l'universo si squaderna.
Vidi ci dice: è l'intelletto
che scopre, non vi è immersione mistica, ma egualmente parole e memoria non
tengono dietro a questo avventurarsi nell'abisso della luce. Quale cammino
alle origini della poesia italiana aveva consentito a Francesco di
ricongiungere naturaliter Creature e Creatore, di respirare l'armonia
che l'universo a Dio fa somigliante? Non nasce certo da un momento di
abbandono, né dalla sublimazione dell'estasi il Cantico di Frate Sole (Laudes
creaturarum), ma da Francesco persona vera che, tramite il silenzio
interiore, l'eroica e gioiosa sofferenza, ha perso ogni impurità e si è
affrancato da ogni catena.
Per il Santo, vuoto di errori, la vista del creato è vista di Dio, è
conoscenza. Umiltà.
Bellezza. Amore. Sono le tappe che gli hanno consentito l'uscire dal
carcere, il comprendere che la terra è la casa nostra e che ad essa devono
andare le nostre cure.
Francesco, narra Fra Tommaso
da Celano, suo primo biografo, non cessava di glorificare il Creatore e
Reggitore di tutte le cose. Ai fiori che gli parlavano della bellezza di
Dio, il Santo rivolgeva la sua parola e li invitava a lodare il Signore.
Così faceva con le messi e le vigne, con le pietre e le selve, con le acque
correnti e i giardini verdeggianti, con la terra e con il fuoco, con l'aria
e con il vento. E a tutte le creature si rivolgeva coi dolci nomi di
fratello e sorella, tutto comprendendo con il suo semplice e penetrante
cuore.
Con grande humilitate... bellu e radiante... pretiose et belle... bello
et iocondo. L'abbraccio universale dell'amore è fondamento di ogni fede.
Ed è amore di figlio, perché l'abbracciare la realtà ed il ricomporne i
colori ed il divenire consentono di nullificare la nostra paura del nulla,
della morte eterna, di ritrovarci creature, di riempire i cieli del nostro
gioioso canto. E quindi di vita.
Le note dense e pacate del
Cantico, lo stupore e la commozione di Francesco incrinano ed attraversano
il pensiero e le passioni, le autorità e la cultura del suo tempo.
Quel mondo affannato, in corsa, non redento dalle profezie e dagli
ammonimenti sulla fine del mondo e sul giudizio ultimo di un Dio severo,
stanco e spossato dai poteri in lotta sa avvertire il sorriso e la parola di
Francesco, è ancora capace di ascoltare il grido che evoca la potenza
rivoluzionaria dell'amore e della fraternità. Il fiore francescano
attecchisce in un secolo, il XIII, che inizia e termina con le certezze
teocratiche di Innocenzo III e di Bonifacio VIII, che vede l'ergersi
orgoglioso di Città e Stati contro l'Impero, che dà vita a forze operose ed
insofferenti dei confini del Feudo, ma anche alle grandi Università, centri
di nuovi orgogliosi pensieri (Parigi, Bologna, Oxford...).
Quanto l'umanità appare più
squadernata, il bisogno di riconciliazione e di armonia resta una
grande necessità, anche se nascosta nelle sfere profonde dell'essere. Sono i
fermenti religiosi e la spiritualità di quel secolo che fecondano nella
domanda di futuro e nel bisogno immediato di infinito, che ispirano il
Cantico. Francesco dà voce a sentimenti elementari: il suo sguardo di
fanciullo libera il mondo della materia dal gravame di male che l'antico
peccato gli aveva attribuito e lo riunisce con il mondo dello spirito.
È la riscoperta della piena fraternità cosmica, intimamente legata alla
paternità universale di Dio, come dice con emozione P. Eloi Léclerc
quando ricorda che Francesco apporta all'ispirazione biblica una nota
completamente personale ed originale. Non si accontenta di lodare Dio per le
sue creature; egli fraternizza con loro. E questo è l'aspetto nuovo. Ciò che
colpisce di più, in effetti, nel Cantico, è di vedere chiamato ogni elemento
cosmico "frate" o "sora". Francesco non conosceva il sole, né il vento, né
l'acqua, né il fuoco, ma "frate sole", "frate vento" "sora aqua", "frate
foco".... Non è qui, per lui, un semplice modo allegorico di parlare. Egli
prova realmente, nella vita di tutti i giorni, sentimenti fraterni nei
confronti delle creature più umili.
Sì, la fraternità cosmica di
Francesco non è nostalgia autentica di Gnosi, né l'ascesi
intellettuale e spirituale di chi cerca di trascendere la nostra misera
condizione nella ricerca di interminati spazi e sovrumani silenzi,
esprime invece una sensibilità immediata e per essere avvertita richiede il
farsi piccoli, l'amore, l'umiltà del sapersi creatura. Tale fratellanza è
inseparabile da un'esperienza di "simpatia" e di partecipazione affettiva a
tutto ciò che è, che vive. La forza dell'amore aveva reso Francesco
fratello di tutte le altre cose, ricordano Tommaso da Celano e San
Bonaventura, a conferma della naturalezza delle sue emozioni.
Nasce così, rischiarata da una luce magica che abbraccia cielo e terra,
riscaldata da un ardore, da un'incontenibile gioia umana che ancora accende
gli animi la prima poesia in lingua italiana. Il candore degli appellativi
(bellu e radiante, clarite et pretiose, iocondo e robustoso),
l'incontenibile gioia umana che anima lo sguardo, lo stesso stacco
riflessivo delle ultime due lasse che vede sconfinare l'ammonimento in
un'esortazione alla preghiera corale costituiscono un inconfondibile nucleo
ispiratore, ci danno un'unità lirica di assoluta trasparenza e di assoluto
valore.
Che l'azione di lode abbia
tutti gli elementi formali - il messaggio, il destinatario e l'orante sono
propri della struttura delle laudi-, che gli schemi stilistici-retorici
indichino la loro derivazione da scritti latino-medioevali e dalla poesia
biblica sono condizioni che ci consentono di avvertire la cultura e
l'ampiezza di orizzonti in Francesco. Non ci sono separatezze. Il poeta non
poteva che rispettare le letterature sacre e profane e la stessa esperienza
dei suoi dotti studi, come il santo non poteva che comprendere l'unità del
Creato e ricondurla al Creatore: tutto ha sostanza nel mistero-miracolo
della poesia, avvertita così immediatamente che l'ispirazione di Francesco
diviene presto ispiratrice. In Giotto, in tanti altri. Tutte le arti
parleranno del Cantico, molti lo vorranno musicare. Ma il Cantico, dice L.
F. Benedetto, è già una dolce litanìa di note dense e pacate su cui di
tanto in tanto si stacca, senza turbare l'impressione generale di calma
devota, una nota più chiara e più alta.
Ci piace immaginare
Francesco ed i suoi ioculatores Domini nella terra umbra cantare questa lode
ed insegnarla alla gente semplice. Capire l'Umbria e la sua gente forse
richiede di andare ancora tra Assisi e Gubbio, tra Spello e Trevi, di
fermarsi in un pezzo di terra sgombro da massacranti modernità, di
raccogliersi in un chiostro protetto dai rumori di questo affannoso tempo...
e leggere a voce alta il Cantico di Frate Sole. Se altre voci lo ripeteranno
di poggio in poggio, se le note del creato ci diranno che non tutta
l'armonia è rotta, un fratello lupo farà ancora patti di pace ed il contagio
della speranza potrà diffondersi, fino a rilegare con amore i frammenti del
libro dell'uomo. Gierut ha provato con i suoi dipinti a ricordarcelo e per
questo ha placato in parte l'irruenza del suo domandare al colore e alle
forme di essere speranza, una speranza alternativa.
LANFRANCO
BERTOLINI
Dice il Prof. Lanfranco
Bertolini: è certo che un interprete in cerca di coerenze inquieto qual è
Gierut, per lui calarsi nelle profondità della semplicità e del cuore
francescano, nella profondità di questa preghiera che sgorga pura e libera
dall'animo di S. Francesco ha il sapore di una sfida, una sfida che Gierut
compie con la forza ermeneutica del colore, colore che è ripulitore dei
cieli e della terra, in qualche modo per lui, che caccia da essi l'uomo e ce
lo restituisce in un coro unico di penitenza, il deflagrare degli elementi
che io colgo in questa celebrazione pittorica e grido che appartiene ad ogni
lingua, è in qualche modo desertificazione ed insieme vittoria sul deserto.
Se ben leggo i suoi dipinti, è in qualche modo un ritorno all'Umbria, a
Gubbio, ad una terra che resta comunque, anche se spesso violentata, in gran
parte sgombra di massacranti modernità, è ancora un chiostro. protetto in
qualche modo, in cui i frammenti del libro dell'uomo possono essere ancora
rilegati con amore, si può tentare di riportarli ad armonia. Ma anche questo
momento dell'espressione artistica di Gierut, ci svela che attaccamento e
distacco a questo mondo umbro, come è allo stesso vivere, sono e saranno
sempre una successione da replica, irrisolta. Battiti di cuore nel cammino
di un solitario cercatore di verità.